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Virus Cina, ragazza mangia un pipistrello al ristorante, animale da cui si sospetta sia partita la malattia

In Cina c’è un video diventato virale in questi giorni. Riguarda una ragazza cinese in abiti eleganti che mangia, in un ristorante chic, un pipistrello intero, mentre il paese è devastato da un nuovo virus mortale che si ritiene provenga proprio dai mammiferi volanti. Un altro filmato mostra alcuni commensali che si preparano a mangiare la minestra fatta con l’animale notturno.

Il nuovo ceppo di coronavirus, che è emerso nella città cinese centrale di Wuhan il mese scorso, ha ucciso almeno 17 persone, ammalato più di 590 e causato il blocco della città di 11 milioni. Gli scienziati nel Paese ora temono che potrebbe essersi diffuso agli umani da serpenti o pipistrelli.

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Un importante virologo cinese che ha contribuito ad affrontare l’epidemia di Sars in Asia nel 2003 ha avvertito che un nuovo ceppo di coronavirus mortale dalla Cina potrebbe portare a un focolaio almeno 10 volte peggiore della crisi sanitaria 17 anni fa.

I pipistrelli sono usati nella medicina tradizionale cinese per curare una serie di malattie, tra cui tosse, malaria e gonorrea. Si ritiene inoltre che le feci dell’animale siano in grado di curare le malattie degli occhi, secondo l’antico capolavoro medico cinese Ben Cao Gang Mu.

Il primo video virale, che spopola su Weibo e condiviso da Apple Daily, con sede a Hong Kong, mostra una giovane donna vestita alla moda che tiene in mano un grosso pipistrello nero e rosicchia le sue ali. Si sente un uomo che dice alla donna in mandarino: «Mangia la carne! Non la pelle». E aggiunge: «Mangia la carne sulla schiena».
Il secondo video, pubblicato su Twitter dall’influente blogger cinese Chen Qiushi, mostra un pipistrello cotto posto in una grande ciotola di brodo.

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Calabria, prelevata all’uscita di scuola e violentata dal branco: stupratori liberi o ai domiciliari

Melito Porto Salvo. Violentata e umiliata dal branco a 13 anni. Oggi gli otto componenti del branco sono in parte liberi, in parte agli arresti domiciliari dopo una condanna di primo grado. La giovane vittima, insieme al papà, è stata costretta ad allontanarsi e a cambiare vita, al Nord, lontani dal loro paese di origine. Accade in Calabria.

Melito Porto Salvo, la violenza sessuale di branco

La bambina, allora 13 anni, veniva prelevata all’uscita da scuola e poi condotta da parte per essere violentata a turno dal branco. Lo racconta il padre della vittima a La Stampa: “Io e la mia ex moglie ce ne siamo accorti leggendo la brutta copia di un tema che nostra figlia aveva lasciato a casa”, dice. La 13enne frequentava la scuola media Corrado Alvaro. Al suono della campanella, il presunto fidanzato la caricava in auto e poi la portava al cimitero o in montagna. Lì, tra quelle mura, avveniva l’orrore: in sette abusavano di lei. Per ottenere il suo silenzio minacciavano di far del male ai genitori.

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Anche il padre ha subito minacce ed è stato invitato a non denunciare: “Quando io e la mia ex moglie abbiamo capito cosa stavano facendo a nostra figlia, per prima cosa sono andato a parlare al padre di uno di quei ragazzi. Era il più giovane, all’epoca era ancora minorenne, aveva 17 anni. Ho spiegato al padre: guarda che c’è anche un video. Qualche giorno dopo mi ha richiamato e mi ha detto: con il suo comportamento tua figlia si sta facendo una brutta nomina. In quel momento ho capito che eravamo soli. Nei giorni successivi sono venuti a dirmi di che non dovevo denunciare, ed erano anche persone molto vicine. Melito stava dando la colpa a mia figlia. Era come se si fosse meritata quella violenza. Ma io dico, anche se per ipotesi lei davvero all’inizio aveva creduto a una storia d’amore con Schimizzi, è possibile che neppure uno di quei ragazzi abbia avuto il cervello per capire quello che stavano facendo?”.

Lo sfogo del papà

“Si sono schierati tutti con gli stupratori. Con il risultato che loro se ne vanno in giro liberamente per le strade della Calabria, mentre noi ce ne siamo dovuti andare lontano”. Lo ha raccontato a La Stampa il papà della bambina violentata per due anni da sette persone a Melito Porto Salvo, in Calabria: “Confidavo in un minimo di neutralità da parte dei nostri concittadini, perché io sono stato molto attento a non accusare nessuno fino alla sentenza di primo grado. Dopo le condanne, speravo di ricevere un po’ di solidarietà. Ma la solidarietà non è arrivata” ha raccontato l’uomo che vive con la figlia in una località segreta a 700 chilometri di distanza dal paese.

I nomi

Giovanni Iamonte (30 anni), Daniele Benedetto (21), Pasquale Principato (22), Michele Nucera (22), Davide Schimizzi (22), Lorenzo Tripodi (21), Antonio Verduci (22). Per la procura erano in otto, ma il giudice ha riconosciuto la colpevolezza solo di sei di loro. Davide Schimizzi, il giovane che la ragazzina credeva il suo fidanzato e l’ha “ceduta al gruppo”, ha ricevuto una condanna a 9 anni e 6 mesi; Giovanni Iamonte, figlio del boss Remingo, che per anni ha abusato della tredicenne scegliendo a chi “prestarla”, a 8 anni e due mesi. Michele Nucera 6 anni e 2 mesi; Antonio Virduci 7 anni; Lorenzo Tripodi a 6 anni. Dieci mesi anche per Domenico Mario Pitasi, l’unico non accusato di reati sessuali. Altre due persone, ritenute colpevoli dalla procura, sono state assolte in primo grado.

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La fuga

Papà e bambina sono stati costretti ad andare “in esilio”, lontani dalla Calabria. A Melito Porto Salvo non erano più visti di buon occhio. Prima sono andati una grande città del nord, messa a disposizione dall’associazione “Libera” di don Ciotti, poi si sono trasferiti altrove. “Ci hanno aiutato, adesso hoi un nuovo lavoro – dice il padre -. Siamo indipendenti. Ma a Melito ho dovuto lasciare quello che avevo di più caro. Noi siamo qua, mentre quei ragazzi sono stati scarcerati in attesa del processo d’appello che comincerà a febbraio”.

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Maestra si apparta con fidanzato e schiaffeggia bimbi dell’asilo: “Sei un terrone, fai schifo”

Si appartava in uno stanza con il compagno fatto entrare di nascosto all’asilo nido, lasciando soli i bambini. I piccoli poi venivano picchiati, schiaffeggiati e insultati.

Maestra sospesa

Una maestra di asilo nido di Coquio Trevisago, nel Varesotto, è stata sospesa dalla professione per sei mesi con l’accusa di aver maltrattato bambini di età compresa tra pochi mesi e due anni. La donna, a quanto emerso da un’indagine dei carabinieri, offendeva i piccoli urlandogli frasi come “sei proprio un terrone” e in alcune occasioni li avrebbe schiaffeggiati e lasciati da soli in preda al pianto. A far scattare le indagini i genitori di un bimbo.

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Gli insulti

“Guardati, fai schifo” e, ancora, “piangi che così ti passa”, sono altre frasi che la maestra era solita rivolgere ai piccoli alunni. Ma non solo. Le telecamere installate dai carabinieri hanno filmato gli incontri tra la donna e il compagno, fatto entrare nella struttura di nascosto per consumare rapporti sessuali. I due si appartavano in una stanza e nel mentre i bambini rimanevano in classe da soli.

Fonte: Teleclubitalia

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Segregato sul balcone, senza cibo né acqua: cagnolino brutalizzato dalla padrona

“Segregato sul balcone, senza cibo né acqua: cagnolino brutalizzato dalla padrona”

Gardone Val Trompia: cane rinchiuso nel trasportino, senza cibo né acqua

Il cane, da giorni, era rinchiuso all’interno di un trasportino. A lanciare l’allarme sono stati i vicini di casa“

Non mangiava, non beveva e nemmeno si muoveva. Da giorni. Rinchiuso all’interno di un trasportino – la gabbia di plastica usata per portare gli animali domestici in auto – sul balcone di una casa di Gardone Val Trompia. In queste pessime condizioni era costretto un cagnolino, prima dell’intervento della polizia locale.Salvato, prima che fosse troppo tardi. A dare l’allarme sono infatti stati i vicini di casa: hanno notato il cane segregato in balcone e hanno allertato la polizia locale.

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La proprietaria dell’animale, una 22enne moldava, avrebbe spiegato agli agenti che stava traslocando e si trattava di una soluzione provvisoria. Non è così per la locale, che ha avviato tutti gli accertamenti del caso svolti dai veterinari dell’Ats. Le valutazioni avrebbero evidenziato come il cane fosse tenuto in cattive condizioni e non fosse stato sottoposto alle vaccinazioni dal 2017.

“Il cane è stato sequestrato ed è stato affidato a un addestratore cinofilo specializzato, in attesa delle decisioni del giudice, mentre per la donna è scattata un denuncia per maltrattamento di animali.”

Fonte: BresciaToday

 

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Ustionò il figlio poi lo uccise. La Procura contesta la tortura

Introdotto nel 2017, per la prima volta il reato viene contestato in ambito familiare. Il padre era drogato.

Non era un nemico, era il figlio. Mehmed aveva solo due anni. Ma Aliza Hrusic, venticinquenne di origini croate, lo ha torturato.

Duramente. Gli ha ustionato i piedi con la fiamma viva e si è divertito a bruciarlo tre volte con l’estremità di una sigaretta accesa, nonostante il bambino piangesse, si disperasse.

Quel bambino ora non c’è più. È morto il 22 maggio scorso, ucciso dal genitore. A Hrusic, in cella per omicidio, per la prima volta dalla sua introduzione nel luglio 2017 viene contesto il reato di tortura in ambito familiare.

Per il pm Giovanna Cavalleri della Procura di Milano i calci, i pugni e le «tre bruciature con l’estremità di sigarette accese» insieme alle ustioni «con una fiamma viva» sui piedi del piccolo non furono «solo» maltrattamenti, ma vere e proprie «torture».

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Le indagini sul fattaccio sono ufficialmente concluse e la moglie del croato è stata scagionata e, insieme agli altri due figli, viene giudicata dai magistrati parte offesa, perché anche lei veniva maltrattata regolarmente dal marito. L’uomo risulta indagato per omicidio volontario aggravato, torture aggravate e maltrattamenti aggravati. In particolare il pm ha contestato l’omicidio aggravato dall’avere adoperato «sevizie» e dall’avere agito «con crudeltà verso il bambino, per motivi futili consistiti nel fatto che il piccolo, lasciato senza pannolino, si fosse sporcato».

«Fin dall’inizio della loro relazione si legge nell’avviso l’uomo ingiuriava e percuoteva, il più delle volte alla presenza dei figli minori, la convivente colpendola con schiaffi, pugni e calci, a volte utilizzando una cintura, in altre occasioni servendosi del bastone di una scopa o di grossi fili elettrici. Dal mese di aprile 2019 la minacciava di uccidere lei e la sua intera famiglia laddove si fosse allontanata da casa o lo avesse denunciato, le impediva di uscire di casa e, in più occasioni, le sottraeva il cellulare (o la relativa batteria) e non le consentiva, comunque, di chiedere aiuto all’esterno».

Si legge ancora che sempre dall’aprile scorso, Hrusic manifestava grave insofferenza nei confronti del figlio minore. «Lo ingiuriava ripetutamente con l’epiteto di scemo, lo percuoteva senza alcun motivo e lo colpiva con calci e pugni – si legge nell’avviso – lo morsicava e gli provocava bruciature di sigarette su diverse parti del corpo e ancora, pochi giorni prima del decesso del bambino, egli stesso gli provocava, con una fiamma viva di dimensioni ridotte (verosimilmente un accendino) vastissime ustioni sulle piante dei due piedi».

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La moglie era al quarto mese di gravidanza quando Hrusic, forse a causa della droga, secondo gli investigatori si sarebbe scagliato contro il figlioletto, lasciato senza pannolino. Tutto era accaduto nell’appartamento di via Ricciarelli.

Il piccolo aveva i piedi fasciati per le bruciature che il padre gli aveva fatto in precedenza e si lamentava, si dimenava per il dolore. L’uomo non sopportava quella lagna, voleva dormire.

«Lo ho picchiato fino a ucciderlo» aveva poi confessato al magistrato. Negando che era quella la sua intenzione. Attorno alle 5 del mattino, l’assassino aveva chiamato i carabinieri e aveva svuotato il sacco. Ma il figlio era morto già da un paio d’ore e i soccorsi erano ormai inutili.

Fonte: Ilgiornale

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Firenze, bambino di 10 anni chiama la polizia mentre il padre pesta la mamma

Il piccolo, che ha assistito alla violenza insieme alla sorellina, ha alzato il telefono e chiamato subito gli agenti. Al loro arrivo è sceso nelle scale condominiali per condurli velocemente in casa. Il padre è stato arrestato per maltrattamenti in famiglia e minacce.

Insieme alla sorellina più piccola, ha assistito al pestaggio violento della sua mamma all’interno del loro appartamento.

E a quella scena, così aggressiva e brutale, non ha retto e ha chiesto subito aiuto. Così, un bambino di dieci anni ha avvisato la polizia per fare in modo che qualcuno fermasse la furia del padre, che stava picchiando la moglie (e madre dei suoi due figli). Secondo quanto riportato da Il Corriere fiorentino, il fatto risalirebbe a domenica sera, quando un 63enne è stato arrestato con le accuse di maltrattamenti in famiglia aggravati e minacce a pubblico ufficiale.

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In base alle prime informazioni, intorno alle 20.30, il bambino avrebbe chiamato le forze dell’ordine al telefono, dicendo loro di correre presso la sua abitazione, dopo aver descritto cosa stava accadendo davanti ai suoi occhi. All’arrivo degli agenti, il piccolo, spaventato e in evidente stato di choc, sarebbe uscito dall’abitazione andando loro incontro nelle scale del condominio. Ma il padre, alla vista della Volante, si sarebbe messo sulla porta di casa, nella speranza di convincere gli agenti a non entrare, dicendo loro che non era accaduto nulla.Ed è stato in quel momento che sono arrivate le minacce anche a loro.

L’aggressione alla moglie si sarebbe sviluppata nel corso di una lite tra i coniugi per motivi economici. La donna avrebbe subito un maltrattamento analogo anche la sera precedente. In quel caso, la donna ha riportato lesioni giudicate guaribili in sette giorni, decidendo, però, di non denunciare il marito ai carabinieri, che erano intervenuti su segnalazione di alcuni vicini di casa. La donna, dopo le violenze di ieri è stata medicata al pronto soccorso: in questo caso ha riportato ferite e lividi in varie parti del corpo, guaribili in dieci giorni.

Fonte: Ilgiornale

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Fortnite: il figlio non smette di giocare e la madre gli sloga la mascella con un pugno

Il brutto episodio di violenza domestica in realtà non sarebbe l’unico commesso dalla donna

Il nome della donna è Ann Perugia, residente in Florida, ed è stata accusata di abuso su minore aggravato dalla presenza di lesioni. La donna, infatti, avrebbe slogato la mascella del figlio di dieci anni per essersi rifiutato (o meglio dimenticato) di smettere di giocare a Fortnite.

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Secondo i dati riportati dalla polizia, lo scorso mercoledì Perugia avrebbe richiesto al figlio di smettere di giocare a Fortnite e farsi immediatamente una doccia. Il figlio, però, si è rifiutato e la situazione si è subito fatta incandescente. Il ragazzino ha testimoniato, infatti, che in realtà non si era rifiutato, ma semplicemente aveva dimenticato la richiesta della madre continuando a giocare indisturbato.

Quando, però, la madre è tornata nella stanza del figlio, osservando che non si era ancora fatto la doccia, il ragazzino ha deciso di chiudere immediatamente il gioco per seguire le indicazioni della madre. A questo punto, però, la madre ha deciso di seguirlo in bagno e lì lo ha colpito in faccia con un pugno che gli ha dislocato la mascella.

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Perugia ha, poi, chiamato il padre chiedendogli di venire a prendere il ragazzo dato che i due genitori sono divorziati. Il padre, non appena giunto nell’abitazione, ha trovato il figlio seduto fuori dalla porta di casa con uno zaino pieno di vestiti sulle spalle. Tutto questo, però, non è stato testimoniato dalla donna la quale ha evitato di indicare alcuni dettagli come quello importante del pugno.

La polizia ha, però, notato sia la mascella slogata che diversi graffi sul corpo del ragazzino. Questi potrebbero essere o ulteriori segni dell’aggressione da parte della madre, o ferite causate precedentemente che quindi indicherebbero una situazione familiare decisamente problematica. Il ragazzino pertanto è stato affidato momentaneamente alla zia.

Fonte: DrCommodore

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Come sarà l’Isis senza al Baghdadi

Lo si è già visto nel 2011, in occasione dell’uccisione di Osama Bin Laden: nonostante il carisma e la personalità del fondatore di Al Qaeda, la sua organizzazione terroristica è sopravvissuta alla sua fine umana e politica. Quantunque all’interno del mondo jihadista avere figure di riferimento appaia quantomai importante, la fine dei leader non ha mai equivalso alla fine dei vari gruppi terroristici. Questo perché i miliziani, prima ancora che dalla fedeltà al capo, sono sempre apparsi motivati dalla spinta ideologica. Dunque, la morte di Al Baghdadi certamente non è destinata a spegnere l’Isis, ma appare importante capire come adesso si regolerà l’organizzazione terroristica.

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Ci sarà un successore di Al Baghdadi?

Abu Bakr Al Baghdadi era un riferimento, una sorta di guida, un “califfo” per l’appunto agli occhi degli affiliati all’Isis. Ma il gruppo terroristico non si è mosso in questi anni, sotto il profilo organizzativo, seguendo una mera scala gerarchica. Anzi, molti attentatori che hanno compiuto le proprie azioni criminali in Europa sono sempre apparsi tragici esempi della pericolosità dei cosiddetti “cani sciolti“. Gente cioè che ha aderito all’ideologia dell’Isis ed ai proclami del califfo, ma che non ha mai ricevuto ordini da Al Baghdadi o da altri capi locali dell’organizzazione. L’Isis soltanto negli ultimi anni è diventata panislamica: le sue origini sono irachene e tra Iraq e Siria ha fondato un’entità statale che, quella sì, come tale obbediva ad una gerarchia con Al Baghdadi quale vertice indiscusso.

Oggi che l’Isis non ha più un territorio, né tanto meno un leader carismatico, potrebbe al momento non aver deciso quale direzione intraprendere. Se cioè quella di un’organizzazione il cui leader abbracci tutti i settori organizzativi ed ideologici, mantenendo un carattere panislamico anche nella struttura, oppure se invece al contrario quella costituita da vari leader locali accomunati solo dalla matrice salafita. Donald Trump nella conferenza stampa in cui ha annunciato ufficialmente la morte di Al Baghdadi, ha dichiarato di sapere chi è il successore del terrorista iracheno. Segno di come, secondo l’intelligence Usa o comunque quella più vicina al tycoon newyorkese, l’Isis vorrebbe eleggere un successore di Al Baghdadi che abbia i suoi stessi compiti e mantenga lo stesso ruolo nella leadership. Ed anzi, secondo la ricostruzione di Trump, la scelta sarebbe già avvenuta.

Da Baghdad ci si è spinti oltre: come ha dichiarato ad AgenziaNova un funzionario del ministero dell’interno iracheno, il governo del paese arabo avrebbe già individuato il nuovo Al Baghdadi. Si tratterebbe, nello specifico, di Abu Omar al Turkmani, terrorista originario della regione di Mosul il cui vero nome è Abdullah Qardash. La scelta sarebbe ricaduta su di lui grazie alla designazione che lo stesso Al Baghdadi avrebbe imposto al consiglio della Shura, al “governo” cioè interno all’Isis chiamato a risolvere le più importanti controversie inerenti l’organizzazione terroristica. Abu Omar al Turkmani viene descritto come un personaggio molto violento che, secondo i funzionari iracheni, potrebbe imporre da subito una nuova escalation di attentati per dimostrare l’esistenza dell’Isis anche nel post Al Baghdadi.

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L’Isis come si strutturerà?

Ma per l’appunto, come detto prima, non è detto che il gruppo jihadista da subito sia in grado di eleggere un successore del califfo. Né, tanto meno, che voglia farlo. Per capire bene quest’ultimo passaggio, è utile fare un passo indietro: quando il califfato oramai era in procinto di cadere, a febbraio nell’ultima roccaforte di Baghouz si è avuta notizia di un vero e proprio tentato “colpo di Stato” contro Al Baghdadi. Ad ordirlo è stato il gruppo di miliziani tunisini interno all’Isis e non è stata la prima volta: anche nel 2017, quando l’Isis aveva ancora un vasto territorio, altri gruppi di tunisini hanno provato ad andare contro Al Baghdadi. Ad essere messa in discussione, non era soltanto la leadership bensì anche la struttura stessa dell’Isis: i gruppi dei cosiddetti foreign fighters hanno cioè iniziato a reclamare maggiore spazio nelle decisioni.

L’Isis altro non è che la continuazione del gruppo Al Qaeda in Iraq, sorto dopo la caduta di Saddam Hussein nel 2003 e guidato dal terrorista giordano Al Zarqawi, ucciso poi in un raid nel 2006. Al Baghdadi, proclamandosi califfo, ha dato nel 2014 una dimensione panislamica, con un’organizzazione che ha continuato ad essere però in mano agli originari gruppi iracheni. Possibile dunque che, pur senza arrivare ad una vera scissione, da oggi in poi l’Isis inizi ad avere, come detto prima, una struttura basata su tanti leader locali e/o regionali? Un’eventualità da non sottovalutare: Iraq e Siria sono stati punti di riferimento anche per i foreign fighters perché lì l’Isis aveva costituito uno Stato e lì risiedeva al Baghdadi. Adesso che entrambi gli elementi non ci sono più, non è quindi da escludere la composizione futura dell’organizzazione della rete terroristica in tanti sottogruppi tenuti uniti solo dall’ideologia salafita.

Fonte: Ilgiornale