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Azione, il manifesto per una democrazia liberal-progressista di Calenda

L’ex ministro dello Sviluppo economico, eurodeputato eletto col PD e fondatore di Siamo europei ha lanciato il suo nuovo movimento politico

Ora basta! L’Italia è un grande paese. Siamo l’ottava potenza mondiale, la seconda economia manifatturiera d’Europa, uno dei paesi fondatori dell’Unione Europea e il luogo di nascita della cultura occidentale.
Nessuna maledizione ci condanna a dover scegliere tra i disastri dei populisti e quelli dei sovranisti.
AZIONE è il luogo di mobilitazione dell’Italia che lavora, produce, studia e fatica. L’Italia stanca degli scontri inconcludenti tra tifoserie e degli slogan privi di contenuti.
Siamo diventati una nazione profondamente ingiusta: con i giovani, con le donne, con le persone bisognose di assistenza, con chi vive al Sud, con chi vuole svolgere la sua attività libero da eccessivi impedimenti burocratici. Molte di queste ingiustizie derivano dall’incapacità dello Stato di svolgere efficacemente la sua azione, altre dal malcostume alimentato da troppi pessimi esempi.
L’Italia non è in sicurezza. Non lo è a causa dell’alto debito, dello sperpero di denaro pubblico, dell’incompetenza e della mancanza di consapevolezza e responsabilità. E non è solo colpa della politica. I nostri rappresentanti ce li scegliamo. Nessuno di noi assumerebbe uno degli attuali leader politici per gestire la sua attività. Eppure gli affidiamo lo Stato, perché non lo sentiamo nostro fino in fondo.
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AZIONE non è un nome casuale o scelto per ragioni di marketing. Le nostre radici culturali e politiche sono quelle del liberalismo sociale e del popolarismo di Sturzo. La necessità di sintesi tra queste grandi culture è oggi ancora più evidente.
I mali che affliggono l’Italia e l’Occidente sono le fratture tra progresso e società, tecnica e uomo, libertà e conoscenza, crescita e sostenibilità, mercato e giustizia sociale. Fratture che non si ricompongono fermando il progresso o limitando la libertà, ma investendo sulla conoscenza e sulla società, restituendo un “senso” e una direzione all’azione dell’uomo e un ruolo preciso allo Stato nell’accompagnamento delle trasformazioni.
Lo Stato va prima di tutto rafforzato nelle sue funzioni fondamentali: Scuola, Sanità e Sicurezza-Giustizia dove l’Italia investe oggi molto meno degli altri paesi europei. Tempo pieno in tutte le scuole, avvio dei giovani alla lettura, alle lingue e allo sport, assunzione di medici e infermieri, assistenza gli anziani e ai malati, presidio del territorio e intransigente rispetto della legalità senza sconfinare nel giustizialismo: queste sono le priorità immediate.
Dobbiamo essere consapevoli che un paese con un tasso di analfabetismo funzionale doppio rispetto agli altri paesi avanzati, e dove un giovane su due non legge un libro, prepara una generazione perduta. La scuola non è un bacino occupazionale ma il presidio democratico, culturale e civile per formare e liberare gli uomini ed educarli al rispetto dello Stato e della comunità.
Uno Stato forte non è quello che nazionalizza le imprese, ma quello che istruisce i cittadini e li prepara ad affrontare le sfide di una società libera e di un’economia fondata sulla concorrenza e sulla sostenibilità.
Uno Stato forte è capace di sedersi con autorevolezza, e senza complessi di inferiorità – nascosti dietro inutili diktat – con i partner europei per costruire un’Unione Europea sempre più stretta. L’Europa oggi non funziona perché è l’Europa delle nazioni e non quella delle istituzioni comuni. La costruzione dell’Europa federale e il rafforzamento del rapporto con le grandi democrazie occidentali, devono ridiventare i due punti cardinali della politica estera italiana.
La politica economica di AZIONE sarà fondata su tre pilastri: investire, proteggere e liberare. Investire per affrontare le trasformazioni digitali e ambientali giocando in attacco; proteggere quando le distorsioni del mercato e la velocità delle trasformazioni danneggiano i lavoratori e i cittadini; liberare ciascun individuo dal bisogno contingente, dall’ignoranza e da vincoli inutili, perché possa realizzare tutto il proprio potenziale.
L’urgente e necessaria rivoluzione ambientale va trattata seriamente. Trasformare l’economia e la società da un modello di sviluppo fondato sul consumo a uno basato sulla sostenibilità e la dignità della persona, è una straordinaria sfida per una nuova stagione di crescita, non la scusa per imboccare la strada della “decrescita (in)felice”.

L’Italia può contare su molti punti di forza culturali, sociali ed economici. Per liberarne le energie serve una classe dirigente capace innanzitutto di gestire la cosa pubblica.
Il nostro dibattito politico è concentrato su riforme che non riformano e rivoluzioni che non arrivano, mentre il “buongoverno” rimane da 50 anni la priorità disattesa di questo paese.
La classe dirigente di cui abbiamo bisogno è formata da persone che si sono misurate con il cambiamento dando prova di competenza, serietà e coerenza.
L’incoerenza e il trasformismo non rappresentano le virtù degli statisti ma il salvagente degli sconfitti. La politica si fonda sulla parola. E se la parola non ha valore, la politica non ha valore. Senza la coerenza viene meno la fiducia che consente a un Governo di implementare un programma di lungo respiro. Se non ci fidiamo della politica, chiediamo piccole prebende oggi piuttosto che grandi iniziative per il domani. Questa spirale va spezzata.

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Pochi credono che sia possibile per un nuovo movimento politico affermarsi e diventare decisivo. Il cinismo è diventato un tratto distintivo del dibattito pubblico italiano. Eppure oggi il voto è sempre meno convinto e sempre più spesso motivato solo dall’odio verso gli avversari. Questo clima è alimentato dai partiti perché rappresenta l’unico modo in cui fallimenti, giravolte e alleanze altrimenti incomprensibili, possono trovare giustificazione.
In nessun paese europeo gli eredi delle grandi culture politiche del ‘900 hanno scelto di allearsi con gli avversari della democrazia liberale, con il pretesto di volerli “costituzionalizzare”. Al contrario, spesso si sono uniti per condurre una controffensiva vincente. Questa è la strada giusta. AZIONE diventerà il pilastro di un grande Fronte Repubblicano e Democratico capace di ricacciare populisti e sovranisti ai margini del sistema politico.
Per questo consentiremo la doppia tessera. Non vogliamo escludere ma al contrario tenere le porte ben aperte. Il nostro obiettivo non è frammentare ulteriormente il sistema politico, ma lavorare per l’unità e il rinnovamento delle forze liberal democratiche.

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Sconfiggere l’ignoranza e gestire la paura, governando il cambiamento, è possibile.
Dipende solo da noi. Non siamo condannati a scegliere il male minore.
L’Italia è più forte di chi la vuole debole.

Entriamo in AZIONE

Fonte: Azione.it

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Bocciato l’emendamento firmato Boldrini per abbassare l’Iva sugli assorbenti

Nella questione dell’IVA sugli assorbenti non arriva la svolta in positivo auspicata dalle donne italiane. La deputata Laura Boldrini aveva proposto di abbassare (più che dimezzando) l’aliquota sui prodotti sanitari femminili, per farla passare dal 22 attuale al 10. Il motivo era molto semplice: gli assorbenti sono considerabili beni di prima necessità e pertanto l’aliquota massima che li considera beni di lusso è incompatibile per natura.

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Ma non c’è stato niente da fare: la commissione Finanze della Camera ha dichiarato “inammissibile” l’emendamento al decreto legge fiscale presentato dalla Boldrini. Nel testo della proposta c’era scritto: “Ai prodotti sanitari e igienici femminili, quali tamponi interni, assorbenti igienici esterni, coppe e spugne mestruali, si applica l’aliquota del 10 per cento dell’imposta sul valore aggiunto (Iva) ai sensi di quanto disposto dal secondo comma dell’articolo 16 del decreto del Presidente della Repubblica 26 ottobre 1972, n. 633”.

Bocciato l’emendamento firmato Boldrini per abbassare l’Iva sugli assorbenti

Dopo 24 ore di attesa è arrivata, come dichiara Silvia De Dea, la “doccia fredda”. La referente dell’associazione Onde Rosa si era spinta oltre: poco tempo fa aveva lanciato una petizione su Change.org per portarla al 4%. Purtroppo nemmeno la proposta concreta di far scendere l’IVA al 10% ha avuto esito positivo. Ad ogni modo, il parere contrario della Commissione è indubbiamente una doccia fredda ma sulla questione non è ancora arrivata la parola fine.

“Abbassare l’Iva sugli assorbenti è un primo passo per rimettere le necessità delle donne al centro. Io trovo semplicemente ingiusto tassare il materiale igienico per le donne come bene di lusso. È una necessità che le donne hanno ogni mese. Rappresenta un peso economico per le famiglie. Bisogna dare un segnale di discontinuità”, il sunto delle dichiarazioni della deputata.

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In Italia l’IVA è al 22% ma in altri paesi europei si arriva a cifre più alte. Il record è detenuto dall’Ungheria, dove attualmente è al 27%. Danimarca, Croazia e Svezia fanno poco “peggio”: 25%, mentre la Finlandia è al 24. L’Italia è l’unico paese europeo con il 22% di Iva. Il record positivo lo detiene l’Irlanda, dove si paga lo 0% di tasse su assorbenti e prodotti simili.

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Pugno duro di Berlino sui migranti (ma da noi pretende i porti aperti)

Berlino annuncia che intensificherà i controlli anti-immigrazione a tutti i propri confini per fermare i migranti che vogliono tentare di entrare in Germania illegalmente.

La polizia federale tedesca ha infatti ricevuto ordine di effettuare più controlli ai confini per fermare i clandestini che vogliono tentare di entrare nel Paese violando le regole sull’immigrazione. Ad annunciare la chiusura delle frontiere è il ministro dell’Interno, Horst Seehofer: “La polizia federale condurrà controlli flessibili a tutte le frontiere tedesche”, ha detto.

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La notizia arriva proprio dopo che il Conte Bis ha riaperto i porti, innescando di nuovo le partenze verso le coste italiane. Ma soprattutto, la mossa di Berlino conferma la fregatura dell’accordo di Malta sulla redistribuzione degli immigrati (leggi qui). Proprio in queste ore, infatti, il quotidiano tedesco Berliner Sonntagsblatt fa sapere che l’Ufficio federale per la protezione della Costituzione (Bfv, ossia i servizi segreti interni tedeschi) respinge sempre più richieste di asilo avanzate dai migranti sbarcati in Italia e a Malta dopo essere stati soccorsi nel Mediterraneo centrale.

Tra aprile e ottobre scorso, su 323 profughi interrogati dal BfV nei centri di accoglienza in Italia e a Malta, 47 casi hanno sollevato problemi di sicurezza che hanno portato alla bocciatura della richiesta di asilo. Se si fa poi un confronto tra marzo 2018 e l’aprile scorso, gli interrogatori sono stati 324, con appena 10 casi in cui sono emerse questioni di sicurezza che hanno condotto al respingimento della domanda di protezione internazionale. Il BfV svolge indagini preliminari sui richiedenti asilo al fine di valutare la sussistenza di possibili rischi di spionaggio o estremismo nel quadro dell’autorizzazione di sicurezza, “obbligatoria, prerequisito per l’avvio di una procedura di protezione internazionale”, controlli che a quanto si apprende per una questione di sicurezza finiscono molto spesso in respingimenti.

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Per Roberto Calderoli, vice presidente del Senato, la stretta ai controlli sui confini tedeschi “significa una sospensione del trattato di Schengen”. L’esponente leghista ricorda poi che la Francia ha da tempo ripristinato i controlli alle frontiere e proprio in questi giorni ha annunciato nuove misure restrittive. “Dunque Parigi e Berlino possono chiudere i propri confini per fermare i clandestini ma se a farlo, fino a qualche mese fa, era l’Italia con il ministro Salvini partivano subito le critiche e ci definivano inumani? Alla faccia della coerenza, due pesi e due misure a seconda della convenienza”, attacca Calderoli.

“Così adesso tutti hanno le frontiere blindate, Austria, Slovenia, la Svizzera extraUE, tutti… tranne l’Italia del porte aperte e dei porti aperti”.

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Otto e mezzo, Gentiloni ammette: ‘Ue sollevata da quando Salvini non è più al governo’

Il prossimo commissario europeo agli Affari Economici, Paolo Gentiloni del Pd, è stato ospite di Otto e mezzo nella serata di martedì 5 novembre. Durante il talk show condotto da Lilli Gruber, alla presenza del direttore de L’Espresso Marco Damilano, l’ex Premier italiano ha toccato diversi temi dell’attualità Politica. Dall’emergenza Ilva, l’acciaieria di Taranto che rischia la chiusura, all’opinione sul nuovo governo formato dal suo partito con il M5S.

Dal giudizio non troppo lusinghiero dato nei confronti di Matteo Renzi, alla conferma di aver già mollato il ruolo di Presidente del Nazareno, ma di non avere nessuna intenzione di uscire dal Pd. Forte anche la rivendicazione del memorandum sui migranti firmato con la Libia quando lui era a Palazzo Chigi e Marco Minniti al Viminale. Ma il punto più interessante della discussione si è raggiunto quando Gentiloni ha candidamente rivelato il sollievo registrato nei corridoi di Bruxelles alla notizia della caduta del governo gialloverde provocata da Matteo Salvini.

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La rivelazione di Paolo Gentiloni: ‘Europa sollevata da quello che è successo in Italia’

“Quando si insedierà la commissione europea, il 1° dicembre oppure andremo oltre?”, domanda Lilli Gruber, ansiosa di sapere quando Paolo Gentiloni si insedierà ufficialmente nel ruolo di commissario europeo agli Affari Economici, ricoperto fino ad oggi dal francese Pierre Moscovici. “A oggi direi che è molto probabile che si arrivi a quella data”, risponde timidamente l’alto esponente del Pd.

“Senta, ma è vero che da quando non c’è più Salvini al governo l’Unione Europea è più morbida con l’Italia, soprattutto con i nostri conti pubblici, con le nostre manovre economiche e con tutto quel dossier spinoso?”, lo incalza la conduttrice di Otto e mezzo. “Io non penso che ci sia particolare morbidezza – la stoppa educatamente il ‘conte’ Gentiloni Silverj – penso, e non vedo nulla di scandaloso in questo, che l’Ue sia sollevata da quello che è successo in Italia”.

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Ue contro Salvini: ‘L’Italia è tornata tra noi’

Paolo Gentiloni prova a spiegare meglio quest’ultimo concetto. “Nel senso che avere uno dei tre grandi Paesi europei, uno dei sei fondatori, con un governo che, diciamo così, puntava in altre direzioni a livello internazionale, era considerato molto negativamente”, punta il dito contro il governo Conte I formato da M5S e Lega. “Il fatto che l’Italia è tornata tra noi – prosegue con entusiasmo crescente l’ex Premier Pd – questo è un po’ il sentimento che si vive in Ue, io lo considero un punto d’onore di questo governo.

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Perché – aggiunge con orgoglio Gentiloni – non significa che c’è qualche burattinaio che muove l’Italia. Significa che l’Italia, che ha una storia europeista, è tornata a quella storia. E ci fa bene anche economicamente”. La Gruber decide di approfittare della situazione per affondare il coltello nella piaga del leader leghista. “Che pensa di Salvini nella nuova versione filo europeista?”, domanda con impertinenza. “Mah, sinceramente non troppo – fa spallucce il suo interlocutore – Penso lei si riferisca all’intervista rilasciata al quotidiano Il Foglio, di cui sono un sostenitore. Non penso però che un’intervista al Foglio abbia cambiato la posizione di Salvini”.

Fonte: Blastingpop

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Salvini: ‘Vale più un operaio dell’Ilva che 10 Balotelli’

Nel pomeriggio di oggi il leader della Lega Matteo Salvini è intervenuto in conferenza stampa al Senato ed ha parlato della manovra economica, sottolineando in modo particolare gli errori compiuti dal governo sul caso Ilva. Ha anche attaccato l’ex vicepremier Luigi Di Maio, accusandolo di non aver affrontato molte crisi aziendali, che tutt’oggi risultano ancora aperte.

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Le parole di Salvini

Intervenendo quest’oggi in conferenza stampa al Senato, Salvini ha parlato del caso Ilva ed attaccato l’ex ministro del lavoro, spendendo dure parole per le scelte compiute dal governo nella prossima manovra economica.

Contro l’ex alleato di governo piovono parole forti: “Prima di darsi al ministero degli esteri o allo shopping aziendale in Cina, il signor Di Maio ha lasciato molte crisi aziendali aperte” e cita le proteste dei Vigili del Fuoco e della Polizia di Stato. E poi commentando la recente dichiarazione di Di Maio che ha messo in discussione il fatto che i negozi siano aperti sette giorni su sette ha detto “Se l’obiettivo di Di Maio è che i negozi siano aperti sette giorni alla settimana, così chiudono tutti i giorni”.

La manovra

Sulla manovra sottolinea come ci siano già molte proteste di molti settori produttivi, da ogni parte d’Italia, a causa dell’aumento di molte tasse. Secondo l’ex vicepremier queste misure non sono ancora in vigore e sono già dannose: “La manovra fa danni ancora prima di essere approvata”. E sottolinea come al governo “abbiamo degli incapaci” visto che ci sono molte centinaia di aziende che rischiano grosso con l’introduzione di nuove tasse.

“Se non cambiano questa manovra economica, con tasse su auto aziendali, su zucchero e plastica, è una strage di diecimila posti di lavoro”.

E poi quando una giornalista gli chiede cosa ne pensa del caso Balotelli, che nella giornata di ieri è stato oggetto di ululati razzisti durante il match Verona-Brescia ha commentato dicendo che, con migliaia di lavoratori che rischiano il posto, “Balotelli è l’ultima delle mie preoccupazioni. Vale più un operaio dell’Ilva di dieci Balotelli“.

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Caso Ilva

Al centro della conferenza stampa c’era anche la delicata questione dei lavoratori dell’Ilva di Taranto, recentemente sotto la lente di ingrandimento a causa della volontà del gruppo di imprenditori anglo-indiano ArcelorMittal di rescindere il contratto per l’acquisizione dell’Ilva Spa e di alcune società controllate. Ciò metterebbe a repentaglio moltissimi posti di lavoro.

Secondo Salvini il governo deve intervenire e non può lasciar chiudere una della acciaierie più importanti d’Europa.

Chiede ironicamente se vuole prima aprire i porti o investire miliardi nell’azienda di Taranto, bonificando l’area e garantendo la salute dei lavoratori interessati.

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Macron sfida ancora l’Italia: ci rimanda indietro un tir pieno di migranti

Dopo essere stati fermati durante un controllo di routine, i pachistani sono stati portati nel nostro Paese mentre l’autista è stato arrestato e portato a Mentone. Un’azione che, pur seguendo le procedure di non ammissione che sono entrate in vigore nel 2015 dopo la chiusura dei valichi con l’Italia, ha scatenato l’ira della Lega. “Altro che Orbàn, è l’europeista Macron a confermarsi spietato”, ha lamentato Matteo Salvini accusando il governo Conte di essere “complice” dei francesi o “incapace” a gestire l’emergenza immigrazione.

Dal 2015, con la scusa dell’emergenza terrorismo, il governo francese ha sospeso gli accordi di Schengen e ha iniziato a pattugliare tutti i confini e i valichi con l’Italia. Come già documentato la scorsa estate in un reportage del Giornale.it, il limite dei due anni imposto dai trattati è stato ampiamente aggirato. E così non passa giorno senza che la gendarmerie non batta a tappeto i treni provenienti dall’Italia in cerca di clandestini o le autostrade del sud del Paese per fermare i passeur. E così, una volta che i migranti vengono pizzicati senza il permesso di soggiorno, vengono immediatamente caricati su un furgone, trasferiti al confine e consegnati alle autorità italiane per essere rimpatriati (guarda il video). Così è successo anche ieri, come annunciato dal procuratore di Nizza, quando durante un controllo su un’autostrada nel sud-est della Francia, a qualche chilometro dal confine italiano, trentun pachistani sono stati trovati dentro a un camion.

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“Tra gli occupanti del camion – ha fatto sapere il procuratore di Nizza – c’erano tre adolescenti di circa 15 anni ma senza famiglia”. Senza pensarci troppo, i francesi hanno consegnati i trentun pachistani alle autorità italiane. “Abbiamo agito sulla base della procedura di non ammissione in vigore dal ripristino del controllo di frontiera nel novembre 2015”, ha dichiarato la prefettura francese ricordando che questo tipo di procedura si applica quando il controllo avviene in uno dei cosiddetti “valichi autorizzati”. Una sorta di frontiera virtuale che permette agli agenti di fermare tutti gli irregolari, indipendentemente dall’età. Peccato che, come ricorda il vice presidente del Senato Roberto Calderoli, la decisione di sospendere gli accordi di Schengen e di ripristinare i controlli alla frontiera sia stata unilaterale. “Questa è l’Europa a cui siamo inchinati – tuona il leghista – veniamo trattati da repubblica delle banane e ci trattano come se fossimo un centro di raccolta di clandestini a cielo aperto”.

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Ora l’ufficio del procuratore di Nizza si ripromette di mettersi al lavoro per rintracciare la rete di trafficanti che ha permesso ai trentun pachistani di arrivare fino a pochi chilometri da Nizza. La realtà, però, è che il loro unico scopo è di respingere il maggior numero di stranieri possibile. Tanto che la stessa prefettura delle Alpi Marittime ha rivendicato “l’efficacia delle misure per combattere l’immigrazione clandestina, che opera 24 ore al giorno, sette giorni alla settimana”, per rimandare i clandestini nel Belpaese. Anche quelli che, come dimostrato dal Giornale.it, vengono beccati a centinaia di chilometri dal confine italiano (guarda il video). E gli stratagemmi usati dalla gendarmerie, su impuslo del governo francese, sono molteplici. Tra questi anche la falsificazione dei documenti. Eppure, nonostante le continue denunce, l’Unione europea, che tanto si è spesa contro i porti chiusi dell’Italia e i respingimenti dell’Ungheria, non ha mai mosso un dito per contrastare il pugno duro di Emmanuel Macron.
Fonte: Ilgiornale

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M5S: Di Maio sarebbe pronto alla scissione

Da quando il M5S ha cominciato a perdere voti in tutte le tornate elettorali in cui si è presentato dopo le trionfali elezioni politiche del marzo 2018, non si fa che parlare di possibile scissione pentastellata. Trasmissioni televisive, giornali, trending sui social, non smettono di pronosticare, o auspicare, una prossima spaccatura nel Movimento. Tra i più attivi a raccontare i retroscena che si nasconderebbero dietro ai rapporti tra Luigi Di Maio, Beppe Grillo, Davide Casaleggio e tutti gli altri big come Alessandro Di Battista, sono quotidiani importanti come La Stampa, Repubblica e il Corriere della Sera.

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Ed è proprio quest’ultimo ad aver fornito con dovizia di particolari l’ultima voce di corridoio: il capo politico Di Maio sarebbe pronto ad una scissione per dare vita ad una nuova forza Politica capace di porsi come “ago della bilancia” di tutti i governi che dovessero formarsi da qui ai prossimi 15 anni. Anticipazione ovviamente non confermata.

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Le rivelazioni del Corriere della Sera: ‘Crisi M5S legata alla natura stessa del Movimento’

E, infatti, il Corriere della Sera ne approfitta per sferrare l’ennesimo colpo basso contro il Movimento capeggiato da Luigi Di Maio. “E se i problemi non fossero la fragilità della leadership, gli errori di governo, le divisioni interne? Se la crisi del M5S fosse piuttosto legata alla natura stessa del Movimento?”, sono questi gli interrogativi che si pone il corsivista del Corriere Francesco Verderami, mettendoli però in bocca a Di Maio.

Insomma, il M5S sarebbe ormai inevitabilmente “condannato al declino” perché si sarebbe “contaminato” entrando nelle stanze del potere. Secondo il giornalista, il capo politico pentastellato avrebbe già preso atto che “un ciclo si è chiuso” e che forse si tratti di un “processo irreversibile”. La necessità irrimandabile, dunque, sarebbe quella di “rigenerarsi con un nuovo corso”. Una serie di perifrasi che nascondono un solo termine: scissione.

‘Non è solo Salvini a scommettere su una scissione del M5S’

Ovviamente Luigi Di Maio non ha mai espresso pubblicamente questo pensiero, tanto meno confidandolo al Corriere della Sera. Ma secondo Verderami il Ministro degli Esteri sarebbe tentato dal “rigenerarsi con un nuovo corso”. Insomma, un “cambio di fase radicale” senza il quale il M5S sarebbe condannato ad un “progressivo logoramento”. Di questa eventualità Di Maio avrebbe addirittura discusso con quella che viene definita una “task force di suoi fedelissimi”.

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Allo studio dei dimaiani ci sarebbe un “nuovo progetto” che potrebbe però “entrare in conflitto con la linea di Grillo e Casaleggio”. La stella polare che dovrebbe guidare le scelte di Di Maio sarebbe poi racchiusa in questa frase da lui stesso pronunciata: “Noi saremo l’ ago della bilancia per i governi dei prossimi quindici anni”. Insomma, secondo il Corriere, sarebbe già nata l’idea di una “cosa nuova”. Per concludere, non sarebbe “solo Salvini a scommettere su una scissione del M5S”, ma in molti ambirebbero “a quel bottino”. E Di Maio potrebbe decidere di “rompere gli indugi” dopo le elezioni regionali di primavera.

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In un mese Salvini ha speso 124mila € per sponsorizzare i suoi post Facebook, Zingaretti 1.400

La sveglia suona. Neanche il tempo di accendere la luce che sono su Twitter. Una notifica mi avverte che Matteo Salvini ha appena pubblicato un post. “Ovetto dedicato a voi Amici!”, annuncia. Sotto la scritta appare la foto di un uovo al tegamino a forma di cuore.

politici di tutto il mondo e i loro staff spendono ingenti quantità di tempo e di denaro sui social network, dove messaggi dal contenuto politico si alternano a contenuti apparentemente neutrali con continuità. Risulta così sempre più difficile discernere i confini tra sfera pubblica e privata. Eppure, le campagne elettorali ormai si conducono così.

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Negli ultimi 30 giorni, per esempio, la Lega ha speso circa 124.000 euro in pubblicità per la pagina di Matteo Salvini. Le stime sono di Facebook, che tramite lo strumento Libreria inserzioni consente di analizzare in modo trasparente i post a carattere pubblicitario di natura politica. Abbiamo fatto una panoramica per capire gli investimenti su Facebook dei principali leader politici italiani e dei loro partiti. Questo è quello che abbiamo scoperto.

124.000 euro di investimenti per i post sponsorizzati negli ultimi 30 giorni. Questi i numeri pubblicati dal social network, che permette di avere anche la stima delle visualizzazioni ottenute dal post e le informazioni sul target, come il genere, l’età anagrafica e la provenienza geografica.

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Silvio Berlusconi

L’importo per la pagina di Silvio Berlusconi si aggira sui 59.000 euro. Il post pubblicato qui sopra ha ricevuto tra le 200.000 e le 500.000 impression con una spesa tra i 500 e i 999 euro.

Il target di riferimento, in questo caso, è di genere femminile, con un’età compresa prevalentemente tra i 45 e i 64 anni. L’inserzione, che si riferisce al Sud, è stata mostrata soprattutto in Campania (33%), Sicilia (28%) e Puglia (19%).

Nicola Zingaretti

L’inserzionista in questo caso è il Partito Democratico. La cifra investita negli ultimi 30 giorni è di 1.417 euro. Un’inezia rispetto agli altri leader politici.

Il post che pubblicizza uno stipendio in più per 20 milioni di italiani ha ricevuto tra le 200.000 e le 500.000 impression per un importo tra i 100 e i 499 euro. Il target è ampio: donne e uomini dai 18 anni in su, con un’età prevalentemente tra i 18 e i 54 anni. L’inserzione è stata mostrata soprattutto in Campania (14%), Sicilia (13%), Puglia (11%) e Lazio (11%)

Luigi Di Maio

La Libreria inserzioni non mostra alcun post sponsorizzato per il profilo di Luigi Di Maio.

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La Lega ha puntato le sue risorse sul profilo di Matteo Salvini con un investimento di 124.000 euro. La pagina del Partito Democratico ha mobilitato un importo di circa 95.000 euro e quella del Movimento 5 Stelle all’incirca di 49.000 euro. Le stime per la pagina di Forza Italia si aggirano sui 30.000 euro. La spesa per la pagina di Fratelli d’Italia si assesta sui 28.000 euro, ma l’inserzionista Fratelli d’Italia ne ha investiti all’incirca 35.000 per la pagina di Giorgia Meloni.

Fonte: BusinessInsider

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Fratelli d’Italia vola all’11% Meloni: “Ora liberiamo l’Italia”

La leader gongola: «Zingaretti e Di Maio ci hanno messo la faccia. Quindi devono trarne le conseguenze»

La Meloni è arrivata a Perugia poco dopo le 23. Quando ormai la città era già consapevole che il cambiamento epocale non era più solo una speranza ma una certezza.

Una vittoria storica come hanno detto tutti. Ma una vittoria che per Fratelli d’Italia vuole dire molto di più di un paio di seggi in un Consiglio regionale. Giorgia Meloni e il suo partito volano su percentuali notevoli. Secondo le prime proiezioni Fratelli d’Italia sta sopra il 9 per cento e sicuramente sopra quanto conquistato dai Cinquestelle. «È inutile che continuino a dire che non è un test nazionale – spiegava la leader di Fratelli d’Italia al suo staff prima di affrontare i giornalisti – Zingaretti e Di Maio ci hanno messo la faccia. Sono andati in Umbria per provare a raddrizzare le cose ma non ci sono riusciti». L’albergo dove si è riunito il think tank di Fratelli d’Italia, guarda caso, è lo stesso dove si è acquartierato lo staff della nuova governatrice umbra Donatella Tesei. Nelle stanze dell’albergo che si affaccia su piazza Italia occupate del partito della Meloni si sono riuniti tutti i parlamentari umbri e i candidati alle regionali. E si sono fatti vedere anche Francesco Lollobrigida e Giovanni Donzelli, responsabile dell’organizzazione del partito. «Grazie ai cittadini dell’Umbria per aver creduto in noi – ha twittato Lollobrigida che di Fratelli d’Italia è il capogruppo alla Camera – . Un risultato schiacciante che dimostra il fallimento M5S-Pd e certifica che i cittadini vogliono essere governati dal centrodestra».

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Insieme a loro Marco Squarta e due consiglieri regionali che nella passata consiliatura sedevano nel gruppo misto e che ora con ogni probabilità, se verranno confermate le prime proiezioni dopo la chiusura dei seggi, torneranno a Palazzo Cesaroni sotto il simbolo di Fratelli d’Italia: Emanuele Fiorini e Sergio De Vincenzi.

La prudenza sulle prime proiezioni ha comunque frenato molti dal abbandonarsi a commenti trionfalistici. Resta il fatto che per la squadra di Giorgia Meloni la vittoria, se possibile, è doppia. Uno strepitoso, dicono gli exit poll, 11%. Non soltanto «si è dato una spallata al governo» come hanno ripetuto ieri sera a favore di microfoni e telecamere i parlamentari presenti nel quartier generale di Fratelli d’Italia, ma si è anche confermato il successo già ottenuto alle Europee quando proprio nella regione umbra il partito di Meloni aveva superato (se pur di un solo decimale) l’alleato Fi. «Espugnata la roccaforte della sinistra ora liberiamo l’Italia», ha detto la leader. «Il successo di Lega e Fratelli d’Italia – ha poi aggiunto la Meloni -, suggerisce che il racconto di questa destra impresentabile, come sempre è stata descritta non regge più visto che proprio in una regione rossa abbiamo ottenuto un risultato davvero memorabile».

Fonte: Ilgiornale