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Milano, donna violentata per 11 ore dal maniaco seriale incontrato online

Daniele C., arrestato dalla polizia nel Lodigiano, ha 29 anni e ha precedenti per stupri a escort. La 70enne era stata contattata su un sito Internet di incontri a pagamento e aveva invitato l’uomo a casa sua, in zona Arco della Pace

Undici ore ininterrotte. Dalle 22 del 3 novembre alle 9 del giorno dopo, quando la donna, una 70enne che abita in un elegante palazzo nella zona dell’Arco della Pace, è uscita di casa, il viso pieno di lividi, barcollando, e ha chiesto aiuto ai vicini, che l’hanno accompagnata dai carabinieri a presentare denuncia. Per undici ore, l’uomo, Daniele Corona, italiano come lei, dopo aver spento i suoi tre cellulari, poi rubati, l’ha massacrata con pugni in faccia, l’ha minacciata di morte con un coltello se avesse urlato e cercato di scappare, e l’ha violentata. Corona aveva contattato l’anziana attraverso un sito di incontri sessuali a pagamento. Lei aveva comunicato al balordo la tariffa per la prestazione e gli aveva fornito l’indirizzo di casa dove riceve gli uomini. Lui l’aveva raggiunta. In passato Corona era già stato arrestato due volte, per persecuzioni alle compagne.

 

Le indagini

I carabinieri della Compagnia Milano Duomo (indagini condotte dal Nucleo investigativo del capitano Alessandro Governale) sono partiti da una precauzione adottata dalle prostitute che ricevono a domicilio: appuntarsi, su un’agenda, il numero di cellulare dei clienti. Grazie a quel numero, sono risaliti all’aggressore, che in contemporanea, nella giornata di mercoledì, è stato fermato dalla squadra Mobile di Lodi per la tentata violenza sessuale, sempre con lo stesso modus operandi, a danno di una prostituta colombiana. Gli accertamenti hanno permesso di scoprire altri due episodi relativi al 29enne, un perditempo (viveva appoggiato a un amico a Villanova del Sillaro, duemila abitanti in provincia di Lodi), uno senza famiglia, senza aver mai lavorato in vita sua e con oppressivi problemi di cocaina. I due episodi sono una violenza sessuale consumata contro l’ennesima escort, di nazionalità romena, e un tentato stupro su una donna italiana, forse conosciuta ugualmente su Internet. Nella notte tra mercoledì e giovedi, Corona alle 2.30 ha telefonato alla prostituta colombiana per andare a casa sua. Una volta sotto l’abitazione, siccome a istinto non si fidava, la donna gli ha scattato delle fotografie con il cellulare, ma l’ha fatto salire lo stesso. Lui ha cercato di violentarla: per fortuna l’arrivo di un amico della escort ha messo in fuga il balordo. La colombiana ha chiamato la polizia e fornito le immagini di Corona. Sono immagini decisive: la squadra Mobile ha cercato e trovato il maniaco.

Maniaco seriale

L’evidenza della situazione, ovvero che siamo di fronte a un maniaco seriale, non ha però spinto i magistrati a diffondere le generalità e la fotografia del 29enne, elementi che potranno indubbiamente aiutare eventuali altre vittime a riconoscerlo e a presentarsi dalle forze dell’ordine. Il maniaco seriale, che ha anche precedenti per droga, potrebbe aver colpito in tutta Lombardia spostandosi in macchina. Si faceva dare i soldi per mantenersi (e pagare le prostitute) dagli ignari parenti. L’hanno trasferito nel carcere di Lodi. Alle 16.30, nel corso di una conferenza stampa, la Questura di Lodi ha finalmente reso nota l’identità del maniaco seriale.

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L’aveva ascoltato e consolato

Nell’abitazione dell’anziana, il balordo, altezza media, capelli neri e in una fase iniziale modi cortesi, aveva raccontato alla 70enne i propri problemi con gli stupefacenti, l’impossibilità di trovare un’occupazione e la difficoltà nello stabilire relazioni sentimentali; lei l’aveva ascoltato e consolato; dopodiché, mentre si spogliava, il maniaco aveva estratto il coltello e le aveva ordinato di obbedire. La donna aveva cercato di farlo ragionare ed era stata subito picchiata. Gli inquirenti di Lodi, che l’hanno avuto davanti nelle fasi della cattura e del primo interrogatorio, raccontano di un soggetto che alterna lunghi momenti di calma, una calma anomala, quasi fosse sedato, a devastanti raptus di rabbia. Un soggetto terribilmente pericoloso, hanno confermato i carabinieri che hanno indagato su di lui.

Fonte: Milanocorriere.it

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Tumore al cervello, a causarlo anche le nanoparticelle di smog

La ricerca, condotta presso la McGill University in Canada, è stata pubblicata sulla rivista Epidemiology

Può insorgere a qualsiasi età, anche se gli individui più colpiti sono gli anziani. Il tumore al cervello è una massa di cellule formatasi e accresciutasi in modo del tutto anomalo all’interno dell’encefalo.

 diversi tipi di questa neoplasia vengono classificati in base a criteri come la sede o la velocità di diffusione della massa cerebrale. Si parla di cancro primario quando esso insorge spontaneamente nell’encefalo o in una regione anatomica limitrofa, ad esempio le meningi o la ghiandola pituitaria. La malattia è invece secondaria nel momento in cui l’agglomerato di cellule deriva da un’altra neoplasia situata in una parte distante del corpo. Se la crescita e la diffusione del tumore sono lente, lo stesso è considerato benigno. Viceversa il carcinoma è maligno. Accanto ai citati criteri di distinzione, ne esiste un terzo che classifica la neoplasia in base a 4 gradi (da I a IV). I primi due sono caratterizzati da un’accrescimento limitato a una specifica area cerebrale. I gradi III e IV, al contrario, si distinguono per un elevato grado di invasività.

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A causare un tumore al cervello è una mutazione genetica, tale per cui le cellule crescono e si dividono con un ritmo più elevato rispetto al normale. Esistono dei fattori che aumentano la possibilità di ammalarsi. Innanzitutto l’età avanzata. Sotto accusa anche una serie di patologie congenite, quali ad esempio la neurofibromatosi, la sclerosi tuberosa, la sindrome di Turcot e altre. Da non sottovalutare poi le radiazioni ionizzati e la storia familiare di ciascun individuo. Spesso il carcinoma cerebrale è l’esito di un processo di metastatizzazione. Diverse le neoplasie incriminate: al seno, al colon, al rene, al polmone e infine il melanoma. I sintomi della malattia sono vari e dipendono dalle dimensioni, dalla sede e dalla velocità di accrescimento. Per via della stretta vicinanza anatomica tra cervello e cranio, il tumore in fase di espansione spinge contro le pareti del rivestimento osseo e contro le aree adiacenti. Tale pressione, nota come pressione intracranica, è la causa principale del mal di testa e di altre manifestazioni, come:

– Visione offuscata o doppia;

– Nausea e vomito inspiegabili;

– Confusione mentale;

– Attacchi epilettici;

– Difficoltà a mantenere l’equilibrio;

– Perdita di sensibilità o della capacità di movimento delle gambe o delle braccia;

– Difficoltà nell’eloquio;

– Problemi uditivi;

– Cambiamenti improvvisi di personalità e comportamento.

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Secondo una nuova ricerca pubblicata sulla rivista Epidemiology, le nanoparticelle emesse da fonti inquinanti (soprattutto il traffico stradale) possono provocare il tumore al cervello. Gli studiosi hanno esaminato le cartelle cliniche e l’esposizione all’inquinamento atmosferico di 1,9 milioni di canadesi adulti tra Montreal e Toronto. In questo modo si è constatato che queste minuscole particelle possono rappresentare un fattore di rischio non precedentemente riconosciuto poiché, a causa delle loro ridotte dimensioni, penetrano facilmente nell’organismo umano. Dall’analisi è dunque emerso che un aumento di 10mila nanoparticelle per centimetro cubo, provocherebbe un caso di neoplasia cerebrale ogni 100mila individui. Tuttavia l’autore della ricerca, Scott Weichenthal della McGill University in Canada, specifica che per confermare i risultati, sarebbe necessario esaminare altre città.

Fonte: Ilgiornale

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Orrore sul tram: africano si spoglia e tenta di violentare una studentessa

L’episodio si sarebbe consumato su un tram in zona Bicocca, mentre sul mezzo era rimasta soltanto la ragazza. A impedire la violenza, l’intervento dell’autista allarmato dalle grida. Sul caso indaga la procura

Avrebbe approfittato del fatto che sul mezzo non ci fosse rimasto nessuno se non la sua presunta vittima, una studentessa di 21 anni presente sullo stesso tram Atm.
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A quel punto, solo con lei, l’uomo in questione avrebbe iniziato a spogliarsi e avrebbe provato un approccio. Poi il tentativo di violenza sessuale. È accaduto a Milano e secondo quanto riportato da Milano Today, i fatti risalirebbero all’ottobre scorso, ma sarebbero emersi soltanto nella giornata di ieri.

Le indagini e la ricerca

Sull’episodio, in queste ore, sta indagando il pool “fasce deboli” dela procura di Milano, coordinato dal procuratore aggiunto Letizia Mannella. Le forze dell’ordine, in queste ore, in base alle ricostruzioni, stanno cercando di indagare sull’identità del responsabile del gesto e stanno provando a rintracciarlo. Perché dopo il fatto, di lui, si sarebbe persa ogni traccia.

La dinamica dei fatti

L’episodio si sarebbe verificato intorno alle 15 del 24 ottobre, in zona Università Bicocca, nella zona nord di Milano. In base al racconto della vittima e al ricordo che la giovane ha di quella giornata, il presunto responsabile sarebbe un uomo di origine centrafricana. A intervenire, per salvarla dall’aggressione, sarebbe stata la sua tenacia e l’interessamento del tranviere, insospettito dalle urla della ragazza. L’autista, infatti, sentendo la giovane gridare, ha fermato il mezzo, è sceso ed è intervenuto facendo fuggire l’aggressore che, nel frattempo, si era già spogliato, abbassando i pantaloni.

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Diversi violenza in poche ore

Nel capoluogo lombardo, soltanto nelle ultime ore, sarebbero stati almeno tre gli episodi di stupri (o tentate violenze), tutti avvenuti nelle zone più o meno centrali della città. Due giorni fa, infatti, in zona Paolo Sarpi, una turista di origini russe è stata palpeggiata, sequestrata e picchiata all’interno di un ristorante della catena McDonald’s da un 37enne egiziano: la donna era entrata nel fastfood (a quell’ora già chiuso) per utilizzare la rete wifi (dopo avere chiesto il permesso all’inserviente). Una volta dentro, l’uomo l’avrebbe tentato un approccio sessuale e, una volta rifiutato, l’avrebbe colpita in pieno volto, rompendole il naso. Sempre nei giorni scorsi, una donna di 70 anni è stata violentata all’interno del suo appartamento, in zona Arco della Pace, da un 29enne che aveva concordato con lei delle prestazioni sessuali. Il ragazzo, originario di Lodi, una volta entrato nella sua abitazione l’ha picchiata e minacciata con un coltello e l’ha stuprata per undici ore, poi è scappato. Nelle ultime ore, poi, ha fatto parlare il caso del giovane italiano, in giacca e cravatta, che, davanti tutti sulla linea gialla della metropolitana, si è masturbato dietro a una donna, sporcandole il vestito del suo liquido seminale.

Fonte: Ilgiornale

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Chiudono il figlioletto nella gabbia per gatti e lo uccidono con l’acqua bollente: «Non voleva fare il bagnetto»

Una follia, un atto che è costato la vita a un bimbo di soli 5 anni. Due genitori di 27 anni hanno messo il figlio dentro una gabbia per gatti e poi lo hanno ucciso gettandogli sopra acqua bollente.

Uccidono il figlio di 5 anni

I due, A. A. e Ridzuan M. A. R., sono stati condannati per aver ammazzato il loro bambino. I fatti risalgono a 3 anni fa, ma solo in questi giorni è arrivata la sentenza definitiva per il terribile delitto.

La tortura: “Volevamo dare una lezione a nostro figlio”

Il bambino sarebbe stato chiuso in una gabbia per gatti, nella loro abitazione vicino Singapore, e torturato dai suoi genitori, punzecchiato con le pinze e colpito con dei cucchiai, poi, hanno preso dell’acqua bollente e l’hanno rovesciata sopra. Durante il processo la mamma e il papà hanno inizialmente negato ogni accusa, poi hanno riconosciuto le violenze dicendo di averlo fatto con l’intenzione di dare una lezione al piccolo.

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Segni di violenze su tutto il corpo

Secondo quanto riporta il Daily Mail, quando i medici hanno analizzato il corpo del bambino, hanno trovato oltre alle ustioni, anche altri segni di violenze e percosse al cuoio capelluto, alle labbra e alle gengive, inoltre il piccolo era disidratato, aveva problemi renali e un ritardo del linguaggio. A scatenare la furia assassina nei due sarebbe stato un capriccio: il bambino, infatti, avrebbe rifiutato di farsi il bagnetto, così la donna lo ha chiuso in gabbia e costretto a lavarsi con acqua bollente.

I soccorsi

Dopo averlo ustionato e lasciato in gabbia la mamma e il papà hanno aspettato 6 ore prima di chiamare i soccorsi, ma una volta in ospedale i medici hanno allertato la polizia che ha proceduto con l’arresto della coppia.

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“Me lo togliete da qui?”. Donna contro il bimbo disabile sull’autobus

Il fatto è accaduto su un autobus diretto a Genova. Una donna di mezza età ha chiesto alle maestre che accompagnavano una scolaresca in gita di allontanare un bimbo disabile straniero: “Tanto non paga neanche il biglietto”

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Me lo potete togliere da vicino?”. Sarebbe stata questa la sortita discutibile della passeggera di un autobus che non avrebbe gradito la presenza di un ragazzino disabile, e di colore, sul mezzo pubblico.

Che avesse la pelle nera, striata o a pois, che fosse semplicemente portatore di una disabilità, italiano o nordafricano, poco importa. Ciò che perlimpe di questa amara narazione è il fatto che, ancora una volta – l’ennesima – potrebbe essersi consumato un presunto episodio di discriminazione ai danni di un bambino in tenerà età. Soltanto pochi giorni fa, infatti, una consigliera del comune di Alessandria denunciava in un lungo post su Facebook un accadimento analogo avvenuto su un pullman cittadino nei confronti di una bambina di colore da parte di una donna anziana che le sedeva accanto suo malgrado. E, stavolta sembrerebbe essersi ripetuto lo stesso, triste copione.

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Stando a quanto si apprende dalla cronaca di oggi 15 novembre, la vicenda sarebbe occorsa a Genova, appena qualche giorno fa (la data e l’ora sono imprecisate), su un autobus che da Sestri Levante conduce al capoluogo ligure. Una scolaresca elementare, tra cui il protagonista del racconto, era di ritorno da una gita giornaliera nella città “dei due mari” quando è incappata in una circostanza alquanto disdicevole se fosse confermata. Un giovanissimo studente straniero, affetto da disabilità, sarebbe stato allontanato da una signora di mezza età che non ha gradito la presenza del ragazzino sul mezzo pubblico. “Potete togliermelo da vicino? Tanto, non paga neanche il biglietto“, avrebbe detto alle maestre che accompagnavano la classe in escursione.

Eravamo sul bus di rientro da una gita a Sestri Levante quando accanto a uno dei miei studenti, non italiano, non bianco, si è seduta una donna che, accortasi del bambino, mi a chiesto se potevo allontanarlo – racconta l’insegnante – lamentando inoltre che fosse sprovvisto di biglietto“. Data la gravità della situazione, le maestre sono intervenute in favore del piccolo studente replicando alla viaggiatrice che tutti gli alunni disponessero di regolare ticket viaggio. Ciononostante, la signora avrebbe perseverato: “Non me lo potete togliere da vicino?” A quel punto, le educatrici hanno chiesto all’anziana di allontanarsi mentre gli altri ragazzini provavano a consolare il proprio compagno di classe.

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La scuola sta decidendo il da farsi, – ha dichiarato la maestra il giorno successivo ai fatti – La nostra, è una scuola che ha sempre puntato sulla integrazione e i nostri bambini si sentono tutti italiani. Il nostro non è stato un atto straordinario. Lottare contro ogni forma di discriminazione è il nostro dovere”.

Fonte: Ilgiornale

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Trentanovenne affetto da Hiv arrestato: contagiava donne ignare

È stata messa in atto dai carabinieri di Rimini il 14 novembre la misura cautelare degli arresti domiciliari per l’uomo di 39 anni di origine sudamericana accusato di lesioni gravi. L’accusato avrebbe contagiato volontariamente con l’Hiv una delle sue amanti e non solo. Sono altre infatti le donne che potrebbero essere state contagiate dall’uomo che ha nascosto la sua malattia, convincendole ad avere un rapporto non protetto.

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Le indagini da parte dei Carabinieri sono iniziate ad agosto. A farle partire sarebbero state le dichiarazioni della ex convivente fatte alle forze dell’ordine.

L’uomo avrebbe contagiato altre tre donne

Le altre donne contagiate erano tutte ignare della malattia dell’accusato. I profili internet dell’uomo, dopo le dichiarazioni della convivente, sono ora scandagliati dagli esperti delle forze dell’ordine che sperano di trovare altre possibili donne da avvertire della malattia dell’uomo e, nel caso avessero consumato un rapporto non protetto con questo, di recarsi al più vicino centro di analisi per controllare il proprio stato di salute.

Le indagini svolte dai Carabinieri sono riuscite a ricostruire uno scenario che parte fin dal 2017. In quegli anni infatti, l’indagato avrebbe sospeso la terapia farmacologica volontariamente, riprendendola poi un anno dopo per poi interromperla di nuovo. Il comportamento dell’indagato oltre a essere anomalo è stato quanto mai incosciente. La terapia farmacologica infatti serve ad attenuare il rischio di contagio anche nel caso di un possibile rapporto non protetto.

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Analizzando i profili social dell’uomo le forze dell’ordine sono riuscite a risalire e avvertire altre tre donne che avrebbero avuto rapporti non protetti con lui.

Le tre donne non erano a conoscenza che l’uomo è affetto da Hiv

Per una delle tre donne i test hanno dato esito positivo. I parenti di queste tre ragazze in un momento così teso e delicato si sono stretti intorno a loro per cercare di darle conforto e coraggio.

Le indagini, che come detto sono partite fin da agosto di quest’anno, hanno portato alla fine all’emissione da parte del gip del Tribunale di Rimini un’ordinanza di custodia cautelare agli arresti domiciliari. Le indagini, che sono state coordinate dal sostituto procuratore Gengarelli non si fermeranno qui. Gli investigatori sono infatti alla ricerca di altre possibili relazioni non protette che l’uomo può aver avuto con donne ignare della malattia dell’accusato.

Il personal computer del trentanovenne è ora nelle mani degli investigatori che insieme ad esperti del settore stanno scandagliando tutti gli eventuali profili dell’uomo per cercare di risalire ed avvertire tutte le donne con cui l’uomo sarebbe venuto in contatto.

Fonte: Blastingpop

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Sangue a scuola, liceale spara ai compagni e poi si suicida: 2 morti e 3 feriti. Video

Terrore in un liceo. Un ragazzo ha prima sparato ai compagni e poi si è tolto la vita. A rendere nota la notizia il ministero della salute della regione dell’Amur.

Il caso è avvenuto  in un college di Blagoveshchensk, nell’estremo oriente russo. Il liceale ha sparato ai compagni, uccidendone uno e ferendone altri tre, prima di togliersi la vita. Secondo la polizia, citata dalla Tass, il giovane potrebbe aver aperto il fuoco in seguito ad una discussione con altri studenti.

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“I corpi di due giovani, tra cui quello di colui che ha sparato, sono stati trovati sul luogo dell’incidente”, fa sapere il dipartimento locale del ministero dell’Interno, secondo cui “le informazioni preliminari suggeriscono” che il responsabile della sparatoria “si sia suicidato usando la sua arma”, che “è registrata come appartenente a questo cittadino”.

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Sempre stando al Ministero, un giovane è arrivato correndo verso una squadra della polizia stradale che pattugliava la zona e ha dato notizia degli spari in un college lì vicino. All’arrivo della polizia, lo studente armato avrebbe aperto il fuoco contro gli agenti, che avrebbero quindi risposto al fuoco e poi bloccato l’assalitore in una sala di lettura della scuola.

Secondo una fonte sanitaria sentita dalla Tass, “due adolescenti feriti sono stati portati all’ospedale pediatrico regionale: uno in condizioni critiche, l’altro in condizioni moderatamente gravi”. Un terzo ferito si trova all’ospedale civico di Blagoveshchensk. Secondo alcuni media russi, il giovane autore della sparatoria aveva 19 anni. I feriti avrebbero tra i 17 e i 20 anni.

 

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È allarme per il batterio killer: primi due malati in Lombardia

Milano – Sono stati curati e guariti i pazienti colpiti da infezione da Klebsiella pneumoniae NDM a Milano. Ricoverati all’IRCCS Cà Granda Ospedale Maggiore Policlinico di Milano tra settembre e ottobre due pazienti avevano contratto l’infezione in Lombardia, altri due arrivavano da fuori regione.

Ma tant’è, dopo la trentina di decessi in Toscana per il batterio multiresistente, c’è allarme anche in Lombardia. La Klebsilla pneumoniae, infatti, viene definito anche «batterio killer», dal momento che è causa dei decessi nel 50 per cento dei casi. Si trova naturalmente nella mucosa intestinale, può provocare infezioni alle vie urinarie o polmoniti.

La sua arma? Grazie alla produzione dell’enzima carbapenemasi è resistente agli antibiotici, anche i cosiddetti «salvavita» (i carbapenemi) ad ampio spettro e molto potenti. «Il rischio per il futuro – spiega Andrea Gori, direttore dell’unità complessa di Infettivologia del Policlinico di Milano – sarà quello di compromettere interventi medici prioritari per la salute come i trapianti di organo, gli interventi chirurgici e l’assistenza ai pazienti critici in ambito intensivistico».

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In particolare il ceppo NDM («New Delhi») resiste anche alla combinazione di farmaci. «L’abitudine impropria dei medici a prescrivere il farmaco – continua Gori – cioè quando non serve, con dosi sbagliate o per il patogeno errato è all’origine della resistenza. A questo si aggiunge il fatto che il 70 per cento degli antibiotici vengono utilizzati in ambito extramedico, in veterinaria e agricoltura». In sostanza ne mangiamo un’enorme quantità.

Questo batterio rappresenta una sfida anche per l’Europa. A gennaio 2017 l’European Centre for Disease Prevention and Control (ECDC) ha fatto un’ispezione in Italia da cui è emerso un quadro allarmante: siamo tra gli stati con più alti livelli di resistenza in assoluto. «Attualmente è in corso uno studio che ha come obiettivo la definizione delle caratteristiche microbiologiche, cliniche ed epidemiologiche delle infezioni da Klebsiella pneumoniae KPC nei maggiori ospedali lombardi – spiega il direttore del Reparto di Malattie infettive del Policlinico -. Nel 2018 sono stati identificati 1.125 pazienti con isolamento di Kp-KPC: 388 avevano un’infezione in atto, 787 pazienti erano stati contagiati. Nel 44% dei casi il decesso è stato definito conseguenza dell’infezione da ospedale».

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Il problema è duplice: da un lato pazienti immunodepressi, trapiantati, sottoposti a terapie antibiotiche eccessive sono più esposti al rischio di contrarre l’infezione, veicolata durante i ricoveri nelle Rsa e nei reparti a bassa densità di cura. Le infezioni si diffondono per il mancato rispetto delle procedure di controllo e prevenzione delle infezioni, per altri versi si tratta di pazienti che devono essere messi in isolamento per evitare contagi. Questo genera spese extra per il sistema sanitario: aumentano i costi della gestione del paziente, si «chiudono» dei letti, si deve ricorrere a farmaci molto costosi. Esistono nuovi antibiotici che riescono per il momento a sconfiggere il batterio, da 150 euro a fiala. «Rappresentano l’ultima spiaggia – conclude Gori – per il costo e per il rischio che il batterio diventi immune».

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Al Policlinico di Milano, che vanta una delle migliori terapie intensive d’Italia, in alcuni casi si ricorre all’ECMO, una tecnologia che «sostituisce la funzione polmonare», come spiega Antonio Pesenti, direttore del dipartimento di Rianimazione ed Emergenza urgenza. «Una sorta di polmone meccanico extra corporeo usato per trattare pazienti con insufficienza cardiaca o respiratoria acuta».
Fonte: Ilgiornale

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Venezia in emergenza, marea record. Gravi danni alla basilica di San Marco. Drammatica la situazione.

Una notte tranquilla a Venezia quella appena trascorsa, senza picchi di marea nè allarmi per il maltempo. La città, dopo 48 ore da incubo, ha potuto tirare il respiro. Oggi la laguna si è risvegliata con il sole, cielo limpido e temperatura più rigida, perchè lo scirocco non c’è. Dopo l’emergenza per la mareggiata che ha creato gravi danni a monumenti abitazioni e alberghi comincerà la vera e propria conta dei danni. Non tutto è ancora alle spalle, però, perchè se ieri sera la massima si è fermata sotto gli 80 centimetri, le previsioni parlano oggi di un altro picco significativo, 125 centimetri sul medio mare (alle 10.50), con la possibilità che le zone più basse, come San Marco, siano nuovamente allagate. A Venezia c’è anche il premier Giuseppe Conte, che dopo la riunione operativa di ieri sera e la visita a San Marco, oggi dovrebbe incontrare anche i commercianti della città.


Oggi a Palazzo Chigi il Cdm straordinario sulla città
. “Per Venezia c’è un impegno a 360 gradi, c’è una situazione drammatica in una città unica, ci dobbiamo essere”. Lo ha detto all’ANSA il premier Giuseppe Conte uscendo dall’hotel nel quale ha dormito stanotte. Alla domanda se l’impegno per finire il Mose basterà, “Speriamo, confidiamo di sì, è un’opera su cui ormai sono stati spesi tantissimi soldi ed è in dirittura finale, ora va completata e poi manutenuta”. E ai veneziani: “Siamo vicini a voi e speriamo di prevenire queste situazioni drammatiche, perchè non si ripetano più”.
Conte è arrivato alle 8,15 nella sede della prefettura di Venezia per un incontro con il sindaco Luigi Brugnaro e con il capo della Protezione Civile Angelo Borrelli, per ragionare sulla situazione che si è determinata dopo l’acqua alta eccezionale dell’altra sera. La riunione servirà anche per definire gli interventi di protezione dalle alte maree che saranno attuati nei prossimi mesi a Venezia.

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Il sindaco di Venezia Brugnaro ai microfoni di Tagadà (VIDEO): “Chiesto lo stato di crisi. Servono risorse importanti. Necessario finire il Mose, l’acqua non si ferma con le mani o con i discorsi”.

IL VIDEO DELLA CONFERENZA STAMPA DI BRUGNARO

Venezia l’ha scampata per un soffio. Ma l’acqua alta peggiore degli ultimi 50 anni ha spinto la città sull’orlo del baratro. La Serenissima, risvegliatasi dopo la notte del metro e 87 di marea, è apparsa una città allo stremo, ferita. Ma non morta. Gondole e barche scaraventate sulle rive, giganteschi vaporetti accartocciati sui masegni agli Schiavoni come giocattoli (sono cinque i mezzi pubblici affondati o danneggiati). Per verificare con i propri occhi cosa è accaduto è giunto stasera il laguna il Presidente del Consiglio Giuseppe Conte. “Non siamo in grado di quantificare i danni – spiega il premier al termine della riunione -. Oggi c’è un Consiglio dei ministri tecnico, molto limitato, che sicuramente prenderà in carico la richiesta di stato di emergenza del presidente Zaia. Allo stato non ci sono ragioni per negarlo e stanziare i primi fondi”. Per il Mose, il sistema di paratie che dovrebbe salvare la città dalle maree eccezionali – assicura – siamo alle battute finali. “Siamo al 92-93% dell’opera – dice – e guardando all’interesse pubblico non c’è che da prendere una direzione nel completamento di questo percorso”. Per il commissario del Mose “c’è una procedura in corso”, ha aggiunto il ministro delle Infrastrutture, Paola De Micheli: “quando avremo tutte le firme lo comunicheremo”. Il Day after di Venezia è iniziato sotto un cielo grigio e carico di pioggia, con l’allarme per un altro assalto della marea. Che per fortuna non ha infierito. Un metro e 44 centimetri sul medio mare a metà mattina. Una misura eccezionale, che è apparsa tuttavia quasi normale dopo la catastrofe di 12 ore prima. I danni, da stimare con certezza, sono nell’ordine delle centinaia di milioni di euro, ha anticipato il sindaco Luigi Brugnaro, che ha passato la notte a far sopralluoghi in ogni dove, ed ha chiesto la dichiarazione di stato di emergenza. In città, nel pomeriggio, è arrivato anche il premier Giuseppe Conte – “è una situazione drammatica, c’è una comunità che soffre”, ha detto – che si fermerà a Venezia anche oggi. Il capo dello Stato, Sergio Mattarella, ha telefonato al sindaco Brugnaro per informarsi delle condizioni della città. Colpiti dalla mareggiata alcuni dei simboli di Venezia nel mondo: la Basilica di San Marco, dove la marea è entrata come un fiume nella cripta, il teatro La Fenice, che ha dovuto annullare i concerti previsti per ieri sera e oggi, il municipio di Ca’ Farsetti, sul Canal Grande, rimasto isolato.

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Grande amarezza nella reazione del procuratore di San Marco, Pierpaolo Campostrini, che un’altra volta ha dovuto assistere impotente alla violenza dell’acqua sui marmi e i mosaici policromi della Basilica. “Siamo stati a un soffio dall’Apocalisse, a un pelo dal disastro. Superato il metro e 65 cm l’acqua è entrata, ha allagato il pavimento e rompendo le finestre è finita nella cripta, allagandola” ha raccontato. Un pericolo, perché potevano crearsi problemi statici alle colonne che reggono la chiesa. Il bilancio delle vittime resta fermo a due. Solo una di queste, però, un anziano di 78 anni rimasto fulminato mentre cercava di far ripartire le elettropompe nella casa sommersa, a Pellestrina, è collegabile direttamente alla catastrofe. L’altro, sempre a Pellestrina, è un uomo vittima probabilmente di un malore. Sgomento anche il presidente del Veneto, Luca Zaia, che ha parlato di “una devastazione apocalittica e totale. Non esagero con le parole, l’80% delle città è sott’acqua, danni inimmaginabili, paurosi”. Il ministro degli esteri e leader M5S, Luigi Di Maio, ha annunciato una moratoria per famiglie e imprese. “Venezia è sommersa come mai prima d’ora – ha detto – Qui è a rischio la vita delle persone, i beni culturali dal valore inestimabile. Gli imprenditori e le associazioni che fanno grande questa regione ci chiedono che si blocchino mutui e contributi. A questa richiesta dobbiamo rispondere subito”. “Le stime dei danni sono molto ingenti. Parliamo di centinaia di milioni di euro. Non si tratta di quantificare i danni soltanto, ma del futuro stesso della città” ha osservato Brugnaro durante la conferenza stampa che ha fatto il punto della situazione, presenti il governatore Zaia, il capo dei vigili del fuoco, Fabio Dattilo, il responsabile della Protezione Civile, Angelo Borrelli, il patriarca Francesco Moraglia. Il ministro della cultura Dario Franceschini “ha attivato sin dalle prime ore di allerta a Venezia l’unità di crisi per la verifica e la messa in sicurezza del patrimonio culturale”. Su tutto resta il rammarico per un progetto faraonico pensato per proteggere Venezia dal mare che ancora non è partito: il Mose. Il ministro Federico D’Incà, sentita la collega con delega alle infrastrutture Paola De Micheli, ha annunciato che “a giorni arriverà la nomina del commissario al Mose, che va finito il prima possibile”.

Fonte: Ansa.it

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La moglie aspetta una bimba: islamico la fa abortire a suon di botte

Lo straniero riversava la sua furia sull’intero nucleo familiare. Umiliata, picchiata e segregata in casa, la moglie era costetta a subire anche ripetute violenze sessuali

Arriva da Blera (Viterbo) la notizia dell’ennesimo caso di violenza commessa nei confronti di una donna da parte del proprio marito.

Stavolta a finire in manette è un cittadino straniero di 41 anni che, in nome della propria religione, ha compiuto le più indicibili violenze sulla consorte, costretta a vivere in una condizione di costante sottomissione e paura.

Secondo quanto riferito dagli inquirenti, i maltrattamenti, estesi a tutta quanta la famiglia, andavano avanti da anni. Esercitando il totale controllo in casa, il 41enne, di fede islamica, aveva obbligato la donna ad indossare l’hijab (il velo islamico). Costretta ad obbedire a tutti i suoi comandi, fra cui quello di subire rapporti sessuali contro la propria volontà, la vittima veniva costantemente umiliata e vessata, e poteva lasciare l’abitazione solo in condizioni di stretta necessità.

Le angherie dell’uomo, come anticipato in precedenza, non si concentravano soltanto sulla consorte. Reso spesso ancor più violento dopo il consumo di alcolici, lo straniero non esitava a sfogare la propria furia anche sui bambini di 13, 5 e 4 anni. Preso particolarmente di mira il 13enne, nato da una precedente relazione della donna e mai accettato dal marito-padrone.

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L’intera vicenda è finalmente venuta allo scoperto durante la scorsa primavera grazie alla segnalazione degli assistenti sociali di Blera ed al lavoro dei carabinieri, che si sono occupati di raccogliere le prove necessarie per incriminare il violento straniero. Il caso è dunque finito all’attenzione della procura della Repubblica di Viterbo, che ha coordinato le indagini, condotte dai carabinieri di Blera e dai colleghi del nucleo investigativo di Viterbo.

Il lavoro degli uomini dell’Arma ha portato alla luce anni ed anni di umiliazioni, maltrattamenti e violenze. Fra queste addirittura un aborto, avvenuto nel più spietato dei modi. Venuto a sapere che la moglie era in attesa di una bambina, il 41enne aveva letteralmente perso il controllo. In preda alla rabbia, aveva picchiato la donna fino a farla abortire.

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Ad incastrare l’extracomunitario, numerosi documenti, intercettazioni telefoniche e le dichiarazioni delle vittime, ascoltate in audizione protetta.

Il caso ha portato all’immediata attivazione del “codice rosso” previsto per le vittime di genere. Accusato di maltrattamenti aggravati in famiglia, violenza sessuale e violazione degli obblighi di assistenza familiare, il 41enne è stato dunque dichiarato in arresto.

L’uomo si trova ora dietro le sbarre del carcere Mammagialla di Viterbo, come disposto dal giudice per le indagini preliminari.

Fonte: Ilgiornale

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