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Perchè non bisogna dare neanche un centesimo per Venezia

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Perchè non bisogna dare neanche un centesimo per Venezia

La tragedia della meravigliosa città di Venezia smuove i cuori e le coscienze. Le incommensurabili perdite umane, artistiche, morali e materiali della più bella città del mondo, una bellezza che appartiene non solo agli italiani ma a tutto il genere umano non possono che straziare chiunque abbia in petto un cuore. Verrebbe quindi, istintivamente, per un gesto di solidarietà umana, mettere la mano al portafoglio, un piccolo segno tangibile, come nobilmente invita a fare per esempio Enrico Mentana. E invece no è la cosa più sbagliata che si possa fare: cari italiani, voi avete già versato sette miliardi di euro dei vostri soldi, delle vostre tasse, del vostro lavoro per far sì che ESATTAMENTE situazioni di questo tipo non avvenissero più.

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La solidarietà personale, umana, cristiana etc etc. non può sistematicamente fare da alibi alle ruberie, al latrocinio, all’inefficienza crassa, ignorante, sfacciata. Questa tragedia non è un terremoto imprevedibile e improvviso: i contribuenti italiani hanno pagato di tasca propria perché tragedie come queste – assolutamente ovvie, strapreviste, lapalissiane, note a tutti, non si ripetessero. Mi sono rotto i coglioni di fare le gare di solidarietà, gli SMS, le raccolte delle arance, le stelle di natale, le riffe, le lotterie per supplire all’inefficienza abietta di uno stato che non è capace di pianificare nulla tranne le ulteriori catastrofi che falcidiano sistematicamente i poveri cittadini. Persino i ponti autostradali crollano di colpo, tutto crolla. Niente è certo nella vita, tranne il crollo! Questo è il paese in cui persino le normali stagioni sono «emergenze», emergenza caldo, emergenza freddo, emergenza freschino la sera mettiti la giacca.

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Ma basta! Io voglio sapere perché il MOSE non è pronto, perché non è in funzione, io voglio sapere perché l’ILVA non è stata messa in sicurezza quando doveva essere messa in sicurezza, perché chi doveva controllare non ha controllato, non voglio dover scegliere se sia peggio piangere per i bambini morti di cancro o per i padri di famiglia licenziati! Io non voglio impietosirmi, io voglio indignarmi, questo è il momento di indignarsi, indignarsi cazzo, perché se non ci indigniamo tra 10, 20 o 30 anni stiamo ancora punto e daccapo con le stesse ruberie, gli stessi cialtroni, la stessa crassa ignoranza, le stesse facce di merda, la stessa approssimazione in una serie infinita, nello spazio e nel tempo non di ritorno dell’eguale ma di ritorno del sempre peggio.

Fonte: Medium.com

Scritto da: Francesco De Collibus

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