Ustionò il figlio poi lo uccise. La Procura contesta la tortura

Ustionò il figlio poi lo uccise. La Procura contesta la tortura

Introdotto nel 2017, per la prima volta il reato viene contestato in ambito familiare. Il padre era drogato.

Non era un nemico, era il figlio. Mehmed aveva solo due anni. Ma Aliza Hrusic, venticinquenne di origini croate, lo ha torturato.

Duramente. Gli ha ustionato i piedi con la fiamma viva e si è divertito a bruciarlo tre volte con l’estremità di una sigaretta accesa, nonostante il bambino piangesse, si disperasse.

Quel bambino ora non c’è più. È morto il 22 maggio scorso, ucciso dal genitore. A Hrusic, in cella per omicidio, per la prima volta dalla sua introduzione nel luglio 2017 viene contesto il reato di tortura in ambito familiare.

Per il pm Giovanna Cavalleri della Procura di Milano i calci, i pugni e le «tre bruciature con l’estremità di sigarette accese» insieme alle ustioni «con una fiamma viva» sui piedi del piccolo non furono «solo» maltrattamenti, ma vere e proprie «torture».

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Le indagini sul fattaccio sono ufficialmente concluse e la moglie del croato è stata scagionata e, insieme agli altri due figli, viene giudicata dai magistrati parte offesa, perché anche lei veniva maltrattata regolarmente dal marito. L’uomo risulta indagato per omicidio volontario aggravato, torture aggravate e maltrattamenti aggravati. In particolare il pm ha contestato l’omicidio aggravato dall’avere adoperato «sevizie» e dall’avere agito «con crudeltà verso il bambino, per motivi futili consistiti nel fatto che il piccolo, lasciato senza pannolino, si fosse sporcato».

«Fin dall’inizio della loro relazione si legge nell’avviso l’uomo ingiuriava e percuoteva, il più delle volte alla presenza dei figli minori, la convivente colpendola con schiaffi, pugni e calci, a volte utilizzando una cintura, in altre occasioni servendosi del bastone di una scopa o di grossi fili elettrici. Dal mese di aprile 2019 la minacciava di uccidere lei e la sua intera famiglia laddove si fosse allontanata da casa o lo avesse denunciato, le impediva di uscire di casa e, in più occasioni, le sottraeva il cellulare (o la relativa batteria) e non le consentiva, comunque, di chiedere aiuto all’esterno».

Si legge ancora che sempre dall’aprile scorso, Hrusic manifestava grave insofferenza nei confronti del figlio minore. «Lo ingiuriava ripetutamente con l’epiteto di scemo, lo percuoteva senza alcun motivo e lo colpiva con calci e pugni – si legge nell’avviso – lo morsicava e gli provocava bruciature di sigarette su diverse parti del corpo e ancora, pochi giorni prima del decesso del bambino, egli stesso gli provocava, con una fiamma viva di dimensioni ridotte (verosimilmente un accendino) vastissime ustioni sulle piante dei due piedi».

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La moglie era al quarto mese di gravidanza quando Hrusic, forse a causa della droga, secondo gli investigatori si sarebbe scagliato contro il figlioletto, lasciato senza pannolino. Tutto era accaduto nell’appartamento di via Ricciarelli.

Il piccolo aveva i piedi fasciati per le bruciature che il padre gli aveva fatto in precedenza e si lamentava, si dimenava per il dolore. L’uomo non sopportava quella lagna, voleva dormire.

«Lo ho picchiato fino a ucciderlo» aveva poi confessato al magistrato. Negando che era quella la sua intenzione. Attorno alle 5 del mattino, l’assassino aveva chiamato i carabinieri e aveva svuotato il sacco. Ma il figlio era morto già da un paio d’ore e i soccorsi erano ormai inutili.

Fonte: Ilgiornale

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